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Pubblicato il 20.09.2010
 
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Marco Cavallotti: 'Meglio piantargli davanti un bosco'

'Un alto porticato segnato da sottili colonne d'acciaio caratterizza il complesso'.

Marco Cavallotti.
«Bello», mi dicono. «Audace per i materiali e per la concezione. Peccato che lì non stia bene» - mi dice un interlocutore, riprendendo un parere diffuso anche fra colleghi professionisti. Peccato che questa, magari inconsciamente, sia la peggior stroncatura che si possa fare di un'opera architettonica: l'essere del tutto avulsa dal contesto, l'essere concepita come un "soprammobile", come un oggetto spostabile a piacere in giro per la città, indipendentemente dallo spazio che lo circonda. Tolto o ignorato il legame che ci deve essere con lo spirito del luogo, con la sua storia e la sua cultura architettonica, con il suo modo di concepire la costruzione dell'uomo nello spazio, dell'edificio resta poca cosa: quattro sassi, un po' di calcestruzzo, alcune putrelle. E intendiamoci, con questo nessuno vuole sostenere la necessità di un'architettura "in stile", o di una poetica strapaesana.

Chiavenna, negli ultimi anni, si è conquistata una buona fama di cittadina ordinata e ben tenuta, senza esagerazioni passatiste, ma anche senza più gli orrori che ne deturparono la prima periferia negli anni '60 e '70. È una cittadina piacevole, che lascia in molti nostri connazionali, spesso abituati a ben altra sciatteria, l'impressione di essere già un po' "all'estero".

Come se altrove, in Italia, non fosse possibile una crescita ordinata, non potessero esistere il buon gusto, la civiltà e il garbo nei modi di abitare e di vivere!

Così negli ultimi anni il vecchio centro chiavennasco è diventato una sorta di piccolo museo all'aria aperta, in cui i valori ambientali e architettonici possono essere gustati e apprezzati appieno. Ma non è così dappertutto, e basta uscire di qualche passo dal vecchio centro per scoprirsi spesso in un ambiente ben diverso e ben più disordinato e incolto. Del resto sulle ville e villette, casette e chalet che hanno invaso i nostri fondovalle abbiamo già scritto ed esecrato.

Peccato che ora, dove finalmente un ampio spazio fra la stazione ferroviaria e l'ex-convento delle Agostiniane si è reso libero, un nuovo intervento - quello di cui si accennava all'inizio - non giovi al mantenimento di questa buona fama cittadina.

Una delle peggiori tentazioni per un progettista è - di fronte ad uno spazio ampio e senza vincoli troppo vicini -  quella di realizzare il proprio "pezzo di architettura", sognato magari per tutt'altro luogo, con materiali e tecniche adatti magari altrove.

Un alto porticato segnato da sottili colonne d'acciaio caratterizza il complesso - il quale, fra l'altro, insieme al corpo costruitogli accanto, nasconde i lavori appena terminati col restauro della struttura consistente nelle fortificazioni viscontee, recuperate e inglobate proprio nel seicentesco convento delle Agostiniane. Un porticato che per proporzioni, materiali e caratteri con Chiavenna non c'entra nulla, e che per quel suo vago carattere tecnologico ricorda certe altre brutture della vicina Svizzera - anch'essa alle prese con il problema, non sempre facile, della modernità in un contesto storico "forte".

Ormai è fatta, e l'opera, che dovrebbe per giunta costituire il "biglietto da visita" per il turista in arrivo, dovremo tenercela come è. Che fare, allora? Diceva un anziano maestro di architettura, reso ormai realista dalle esperienze non sempre positive, che i migliori amici di tanti architetti sono gli alberi: facciamole crescere intorno un giardino con alberi ad alto fusto, e possibilmente a foglie non caduche, visto che molti turisti vengono anche d'inverno per sciare...


Foto e testi di Marco Cavallotti






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