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Pubblicato il 06.06.2011 - ore 09:10
 
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Marco Cavallotti
'Ottima la Pro Loco di Rasura'

Da qualche anno le sagre e le feste si sono messe in una competizione nella ricerca di piatti tipici local.

Come una antica cantina con il torchio e le botti ben ordinate sta a una batteria di tini d'acciaio inossidabile, i centri polifunzionali stanno alle corti dei crotti, ai boschetti con tavoli e panche di pietra, ai cari vecchi ritrovi che un tempo si sceglievano per le feste, quando dagli alberi uscivano i canti allegri e meno lieti che accompagnavano e scandivano la vita dei nostri vecchi - dal militare al matrimonio, ai figli, fino alla tomba. È una triste constatazione, che tuttavia non ci fa dimenticare che certe volte il vino che esce da quei tini asettici in una cantina che sembra un laboratorio chimico è più sano e migliore di quelli che bevevano i nostri nonni.

In fondo, l'architettura – anche questo genere di architettura – è quella cosa senza la quale il turismo non saprebbe dove collocarsi, ma con la quale – ricordiamolo – si rischia di farli scappare, i turisti.

E vada dunque per i centri polifunzionali, soprattutto se, come quello di Rasura in Val Gerola, malgrado le grandi dimensioni è fabbricato con discreto spirito mimetico; se le compagnie presenti conservano almeno in parte lo spirito festoso e cameratesco di un tempo; e se viene assiduamente utilizzato e valorizzato da una ottima e attivissima Pro Loco come quella di Rasura. Gli appuntamenti gastronomicamente – e a volte anche culturalmente – interessanti per questo fine-primavera e per l'estate sono numerosi qui in val Gerola, e molti valgono la spedizione.

Tanto più che ormai da qualche anno le sagre e le feste si sono messe in una competizione – tutta a vantaggio dei commensali – nella ricerca di piatti tipici locali, di prodotti di nicchia spesso pregevolissimi e di tecniche di cottura straordinarie: dalla fugascia di Gordona, ai chisc, fino, appunto, ai piatti d'oggi: quelli tradizionalmente realizzati con il «parüc» (il Chenopodium Bonus-Henricus), quell'erba selvatica che, nella sua forma ortiva, si chiama spinacio tedesco.

È proprio il momento del parüc – e non stupitevi se non ne riconoscerete il nome: ne ho contati, fra Valtellina e Valchiavenna, almeno una decina. Ma tutti, da Montespluga a Livigno, li colgono e li mangiano di gusto, lessi conditi con burro e formaggio, negli gnocchetti, col risotto, nel ripieno dei ravioli.

Buona e interessante l'esperienza gastronomica, e felice l'idea di abbinare per i più piccoli l'occasione per sperimentare uno sport che dovrebbe trovare nelle nostre valli un punto di eccellenza: l'arrampicata in palestra o su pareti naturali, che certo non ci mancano.



Marco Cavallotti.





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