Marco Cavallotti
Tragicomica avventura al pronto soccorso
Sulle seggioline del pronto soccorso si aspetta che qualcuno esca della sala in cui operano gli addetti al servizio, per segnalare la propria presenza ed il proprio problema. L'avventore spiega tutto alla prima infermiera che esce – e che dovrebbe indicare al medico che sta dentro il livello di priorità del nuovo arrivato.
Il nostro postulante dichiara che egli non sa bene di che cosa si tratti: il che sarebbe anche normale. I dolori si presentano continui e prolungati al torace, in un punto che farebbe venire in mente quelli – non piacevoli – di una colecisti infiammata per calcoli. Peccato che lui la cistifellea non l'abbia più da un pezzo, fa sapere. Insomma, spiega, si stratta di capire, di fare qualche accertamento: non fosse mai il cuore, visto che di mezzo infarto ne ha già avuto uno…
La ragazza rientra e l'attesa si prolunga molto a lungo, con altri arrivati che passano avanti: evidentemente l'urgenza non è tale da far mantenere l'ordine di arrivo.
Si apre infine una porta, e ormai un po' stanco per il dolore e per l'attesa prolungatasi già per più di un'ora, il malcapitato spiega ancora una volta che è lì per capire perché ha questo dolore tanto persistente e così inquietante in mezzo al torace. Si aggiunge all'interrogatorio ed alla discussione un collega del medico addetto al pronto soccorso, ma non pare che le cose si mettano meglio: «Lei fa un uso improprio del pronto soccorso»; «Se vuole sapere che cosa ha, può rivolgersi al suo medico di base» – che sta a Milano, ribatte sempre più desolato il malato. Ma ormai siamo al "caso", all'esempio palese di uso improprio del pronto soccorso. Un caso di stigmatizzare e da colpire senza esitazioni. Il cultore di Esculapio più eloquente fra i due e più sicuro di sé – come spesso avviene, un chirurgo – liquida infine la questione con un: «Lei non può venire qui per avere delle certezze, questo è un pronto soccorso». Così il malcapitato fa per andarsene alla ricerca di un medico che lo curi, ma per disperazione tenta l'ultima: «Va bene, allora posso essere tranquillo: se questo dolore non è sicuramente derivante dal cuore…». I due tutori della salute si lanciano un'occhiata allarmata, e come un sol uomo passano a disporre esami del sangue e l'immancabile lastra al torace.
Trascorre, questa volta, un periodo di attesa ragionevole in relazione alle operazioni da compiere, e si presenta infine un terzo medico – gli altri due cultori di Esculapio nel frattempo si sono defilati. Egli si dichiara un internista (alla buonora!) e annuncia al malcapitato sempre più sofferente, senza mezzi termini: «Lei ha un infarto in corso. La spediamo a Sondrio all'istante». E quando il poveretto, un po' frastornato, si chiede che fare della macchina parcheggiata davanti all'ospedale col parchimetro pagato per mezz'ora, ancora ammonisce accigliato: «Ma lei si rende conto delle condizioni in cui si trova?». E mentre in cuor suo il malato si augura che se ne rendano conto finalmente anche i due altri colleghi del pronto soccorso, ora defilati, il paziente viene avviato alle procedure che lo preparano al trasferimento in elicottero.
Con trasbordo in ambulanza e decollo francamente un po' lontano dall'ospedale, dove sta la nuova caserma dei pompieri: il campo sportivo, un tempo punto ai partenza meno scomodo, veniva danneggiato dai pattini del grosso elicottero.
A bordo tutto bene: una giovane dottoressa vestita in un grazioso completino da astronauta, elmetto e radiotelefono, tranquillizza con grazia il paziente nudo come un verme nella carta stagnola, parla con il linguaggio dei segni all'infermiere che la accompagna, concorda terapie, le pratica, preavverte la Cardiologia e l'area per le urgenze coronariche. La care coste verdi delle nostre valli scorrono in fretta fuori dai finestrini, e siamo subito a Sondrio. Finalmente in un ospedale.
Marco Cavallotti