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Pubblicato il 23.02.2004
 
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LUDOVICO CASTELVETRO (1505-1571)

Fu un grande filologo.

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Ludovico Castelvetro.
Ludovico Castelvetro nacque a Modena nel 1505. Studiò legge a Bologna, a Ferrara, a Padova. Ma la sua vocazione erano le lettere. Fu a Siena, a Roma e a Modena, dove fu lettore di diritto. Fu ancora a Piacenza, Roma, Venezia, Firenze, Ferrara. Intransigente filologo, si attirò le ire di Annibal Caro, di cui aveva acremente criticato una canzone. Ucciso in quel periodo un seguace del Caro, ne fu incolpato il Castelvetro, che fu condannato a morte in contumacia. Caduto in sospetto anche al tribunale dell'Inquisizione, nel 1557 fu sottoposto ad esame. Temendo la scomunica, fuggì, presentandosi spontaneamente a Roma solo tre anni dopo. Ma, durante il processo, fece di nuovo perdere le tracce. Fu allora condannato, come eretico impenitente, alla confisca dei beni. Nel 1560 trovò rifugio a Chiavenna, nota per la sua tolleranza: vi giunse con il fratello Gian Maria e fu particolarmente protetto da Rodolfo Salis. Nel 1564 si recava a Ginevra, dove per tre anni insegnò poetica. Passò poi a Lione e di nuovo tornò a Chiavenna, dove riprese a insegnare, dal 1567 al '69, leggendo la « Retorica ad Erennio » e Omero « ad alcuni giovani che si trovavano quivi volonterosi di imparare lettere greche », come scrisse egli stesso. II suo animo inquieto lo portava nel 1570 a Vienna, ma la peste che si andava diffondendo lo riportò a Chiavenna, dove lo raggiunse la morte il 21 febbraio 1571. Lo stesso giorno aveva fatto testamento alla presenza del notaio chia-vennasco Isacco Lupi e di testimoni, tra cui alcuni riformati forestieri, numerosi da noi in quei tempi di dominio grigione. Dopo le solenni esequie e l'orazione funebre, fu sepolto nel giardino del palazzo Pestalozzi, oggi ai nn. 101, 103, 105 di via Francesco Dolzino, dov'era ospite nell'appartamento di proprietà dei Pestalozzi, affittato da Marco Zobia, esule bresciano, e dalla moglie Caterina Bazardi. Lo ricorda una lapide in marmo bianco murata sulla facciata nel 1880 a cura della locale Biblioteca popolare, che l'anno prima aveva pubblicato una biografia, opera del chiavennasco Attilio Ploncher. Anche il vicolo a nord del palazzo e intito-lato al letterato. II monumento funebre al Castelvetro, eretto sulla tomba, fu restaurato nell'ottobre del 1791 da Federico Antonio Salis-Soglio, che vi aggiunse sotto una seconda lapide con epi-grafe e sopra il busto del letterato. Nel 1874 il monumento veniva venduto dai Tunesi (subentrati nella proprietà del palazzo e del giardino ai Salis, che a loro volta l'avevano acquistata dai Pestalozzi) alla città di Modena, che nel novembre provvedeva al trasporto e nel febbraio del 1877 lo faceva ricomporre nel cortile principale del palazzo dei musei, sotto il portico, nel braccio a sinistra entrando, dov'e il lapidario. Tra le opere del Castelvetro si ricordano un commento alle Rime del Petrarca e a 29 canti dell'Inferno dantesco; poesie in italiano e in latino; « Esaminatione sopra la Retorica ad Erennio »; la traduzione della Poetica di Aristotele; « Giun-te al ragionamento degli articoli e de' verbi di messer Pietro Bembo »; ma soprattutto « Correzioni di alcune cose nel Dialogo delle lingue di B. Varchi », perché scritta a Chiavenna in difesa della scienza etimologica e uscita postuma nel 1572. II Castelvetro, attratto verso l'eterodossia protestante, si in-teress6 prevalentemente di filologia, in modo ipercritico e po-lemico. Egli fu comunque il più grande filologo del medio Cinquecento.




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