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Pubblicato il 04.10.2005
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Atleta e allenatore: bastone o carota?

Nel precedente articolo mi sono soffermato su due aspetti del complesso fenomeno dell’abbandono della pratica sportiva, il contesto sociale e il rapporto con i genitori. Un altro fattore importante è il rapporto con gli istruttori, o allenatori. Tema scottante, dato che in seno alle società sportive si trovano troppi personaggi arrivisti e poco comprensivi (mi permettete il termine “poco umani?”) che, spesso inconsciamente, avviliscono a tal punto il ragazzo da spingerlo all’abbandono. Badate bene, a volte questo comportamento è inconscio e, come capita con molti genitori, lo sport è il terreno ideale per sfogare la propria competitività ed i propri sogni infranti, anche se non se ne è più i protagonisti. Personalmente ritengo inaccettabile un comportamento come questo da parte degli operatori sportivi, ma mi sembra altrettanto ingiusto scaricare la colpa sul singolo. Lo sport è in effetti un ambito parecchio strano, specchio della società, dove però determinati atteggiamenti di rivalità, aggressività e competizione sono coscientemente accettati. In quest’ottica quindi l’operatore sportivo si trova in una situazione difficile da gestire, ed è indispensabile una seria e precisa formazione. Non parlo solo di corsi, comunque utili, ma della pacatezza, della stabilità nervosa e della corretta visione del mondo dello sport, requisiti fondamentali per tenere assieme il complesso mosaico. Bisogna cercare di fissare, pur mantenendo il necessario distacco, un rapporto di reciproca fiducia, stabilendo una relazione personale autentica ed importante.
Fondamentale è il dialogo tecnico, senza voler invadere la sfera privata del giovane atleta, specie se in un periodo delicato come la pubertà. Personalmente mi ritengo fortunato, perché nel mio curriculum sportivo ho fino ad ora incontrato persone che hanno saputo rispettare in gran parte questi principi, ma lo stesso non si può dire per molti altri miei conoscenti e amici, dalle storie agonistiche a dir poco complesse. Ho potuto notare che la presenza ingombrante di un coach troppo severo e poco comprensivo, incapace di guardare al di la del mero aspetto agonistico e di vivere lo sport nella sua giusta dimensione, porta sempre a frustrazione nell’atleta, ed in molti casi all’abbandono. Credetemi, i casi sono davvero molti e, specie negli sport individuali (dove il rapporto con l’istruttore è per forza di cose piuttosto stretto) può essere pericoloso, quando la personalità dell’allievo è spostata verso l’emotività. Di qui un invito a tutti gli allenatori che leggeranno questo articolo, per renderli coscienti dell’importanza del loro ruolo, soprattutto quando vanno ad operare nella formazione di giovani atleti. Provate ad osservare un qualsiasi rapporto istruttore/allievo: noterete una straordinaria immedesimazione tra ragazzo e adulto, un fenomeno che gli studiosi hanno chiamato “identificazione verticale”. In effetti il potere del tecnico è molto ampio, simbolicamente parlando, poiché può far giocare o non far giocare, aprire o chiudere le porte del divertimento. Abusare di questo potere o dare un’importanza esagerata all’aspetto agonistico è deleterio per il ragazzo, e la regola sarà quindi quella di non aver fretta e di assecondarne le passioni e gli sbalzi di umore, nell’ottica di una crescita globale e armoniosa, per raggiungere l’obbiettivo basilare dell’ “autonomia sportiva” o, come si dice nelle attuali tendenze per gli sport di squadra, del “giocatore intelligente” .




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