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Pubblicato il 22.11.2004
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PAZZI PER LA MARATONA!

Vi racconto la mia prima esperienza da osservatore di Maratona… siamo sicuri che tutti rispettino il mito? Scendo le scale di casa, un po’ assonnato apro il portone in una fresca e soleggiata domenica di ottobre. Muovo i primi passi di corsa e dopo poco noto un cartello….km 17…non sono diventato una Ferrari, mi sono mosso si e no da 500 metri. Ah già…questa mattina si corre la maratona! Partenza da Maranello, arrivo a Carpi, nel mezzo l’attraversamento di Modena. Ecco il motivo di quel cartello! A che ora partono gli eredi di Fidippide? Alle 9.30…perfetto, giusto il tempo per una sgambata e poi guarderò il passaggio sulle strade modenesi. Non è la prima volta che vedo una gara, ma non avevo mai avuto l’occasione di vivere da vicino una maratona. L’atmosfera è di quelle speciali. La banda cittadina che suona sotto la Ghirlandina (simbolo di Modena), gente di tutte le età che si chiede cosa stia succedendo, i più informati che parlano di tempi, di campioni nostrani, di africani scatenati a dettare il passo. L’attesa è palpabile, gli automobilisti reclamano pacatamente, perché da queste parti la gente riesce ancora a non farsi uccidere dall’orologio che corre e il legame con lo sport è molto forte. In particolare con la maratona, che qui si intreccia con il mito di Dorando Pietri, fino ad arrivare al biondo reggiano Stefano Baldini, recente dominatore della Maratona, quella con la “m” maiuscola, quella dei giochi olimpici di Atene. Come in una tappa del giro d’Italia cominciano a passare le prime moto, poi le macchine dell’organizzazione, quella dei fotografi e lì vicino il plotoncino degli atleti di testa. Stanno per giungere a metà gara, le loro gambe si muovono ancora armoniosamente, danzano ad un ritmo spedito che sa di danza tribale. Uno spettacolo da ammirare con rispetto, incitando chi ha fatto della corsa una ragione di vita, sapendo tirare fuori il massimo dal proprio fisico e dalla propria testa.
Il rumore dell’elicottero si allontana lentamente e io aspetto di vedere chi e cosa arriverà di lì a poco. Dopo 5-6 minuti (un eternità) arrivano i primi ritardatari, ad alcuni dei quali assegno poche speranze di giungere al traguardo. I minuti passano e i corridori di fronte a me cambiano di fisionomia, compaiono i primi chili di troppo, le prime carenze di preparazione. Le gambe sono già piegate, l’andatura appesantita, la testa inclinata all’indietro….no, questi atleti non possono fare altri 22km e spiccioli. Eppure quella dannata linea la taglieranno anche loro, a costo di dover rimanere a letto per alcuni giorni. I miei occhi sono fissi su questi visi corrucciati dalla fatica, la mia mente alle loro famiglie, ai loro colleghi d’ufficio. Cosa li avrà spinti a correre? La risposta è lì, a due passi da me….la maratona, il mito, la sfida con se stessi, la sensazione di benessere che da’ correre, la riscoperta delle proprie origini. Sono confuso: non so se benedire o condannare la loro follia. Non ci si può iscrivere ad una maratona con spensieratezza e senza una adeguata preparazione, ma allo stesso tempo è una sfida troppo grossa, una sensazione troppo magica per non viverla almeno una volta nella vita. Un dubbio amletico la cui soluzione va ricercata nel mezzo, facendo capire alla gente che uno sforzo estremo come la maratona non si improvvisa, ma va preparato adeguatamente agli obbiettivi che ci si è prefissati. E’ una forma di rispetto verso se stessi e verso quella bella signora capace di far gioire, ma anche soffrire le pene dell’inferno, quella signora lunga 42 km e spiccioli….la maratona.




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