«Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull'altra riva, l'Asia. Stare vicino all'acqua, guardando la riva di fronte, l'altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere »
(Orhan Pamuk)
LA TRAMA IN SINTESI
Istanbul, 1591. In una città scossa da antiche inquietudini e nuovissime tentazioni, tra i miniaturisti e illustratori al lavoro nel Palazzo del Sultano si nasconde un feroce assassino. Per smascherarlo Nero è disposto a tutto, anche a rischiare la vita. Perché se fallisce, per lui non ci sarà futuro con la bella Sekure, non ci sarà l'amore che ha sognato per dodici anni.
LA CRITICA
Pamuk è il fresco vincitore del Premio Nobel per la letteratura, ma nel mondo occidentale era sino a quel momento, più conosciuto per le sue posizioni sul genocidio perpetrato dai turchi nei confronti degli armeni durante la prima guerra mondiale. Per aver denunciato il fatto, e sopratutto per averne denunciato le responsabilità e le coperture politiche, Pamuk era addiritura sotto processo, poi sospeso, anche grazie alla mobilitazione degli intellettuali europei. Certamente si tratta del più importante autore turco contemporaneo, ed il Premio Nobel a lui attribuito è una investitura assolutamente corretta dei reali valori letterari dello scrittore. "Il mio nome è rosso" è uno dei libri più interessanti e ben scritti degli ultimi anni, e vedere finalmente in testa alle classifiche di vendita un prodotto di qualità è consolante per la profondità della scrittura e per la portata attualissima dei problemi sollevati dallo scrittore. Il libro è scritto sotto forma di affresco corale: ogni capitolo è scritto da un diverso io narrante che delinea e dipinge il quadro globale come un complesso mosaico. Apparentemente la storia narrata è un giallo con un duplice omicidio, e in questa costruzione della vicenda potrebbe ricordare "Il nome della rosa" . Come nel libro di Eco il movente dell'assassino non è materiale ma filosofico, le convergenze però qui si esauriscono, perchè i fili narrativi di Pamuk sono molteplici . La scoperta finale dell'identità dell'omicida non è rilevante, anche perchè piuttosto annunciata, ben più importante il quadro delineato di incontro e scontro tra Occidente ed Oriente, tra la tradizione e l'innovazione. Non lo scontro di due religioni bensi' di due concezioni molto diverse di immaginare e vivere il presente. Argomento di bruciante attualità e condotto con mano ferma ed attenta, senza pervenire a nessuna risposta, del resto impossibile perchè costantemente in divenire. Libro scritto con linguaggio apparentemente semplice ed affascinante allo stesso tempo, di grande spessore e ricco di diversi livelli di lettura. Forse, ma è solo una mia ipotesi, se lo scrittore avesse limato e prosciugato alcune parti un pò ridondanti, la scorrevolezza della lettura ne avrebbe guadagnato. Capolavoro.