L'appello del Consorzio Valtellina Tutela Casera e Bitto: 'Basta polemiche, voltiamo pagina'

'Il tutto contro tutti degli ultimi mesi non fa bene né al Bitto, né alla nostra filiera agroalimentare'.


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Pubblicato il: 03/12/2009
Categoria: MORBEGNO - BASSA VALLE | ATTUALITA'

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa diffuso dal Consorzio Tutela Valtellina Casera e Bitto

Il tutto contro tutti degli ultimi mesi non fa bene né al Bitto, né alla filiera agroalimentare valtellinese. Le continue contrapposizioni mediatiche cui stiamo assistendo, si ripercuotono infatti su un settore già afflitto da diverse problematiche strutturali quali l'aumento dei costi di produzione e la drastica diminuzione della superficie foraggiera. Onde evitare ulteriori deleterie divisioni, meglio dunque mettere a fuoco alcuni concetti su cui è opportuno fare chiarezza.

Il sistema delle DOP Bitto e Valtellina Casera, ha consentito in un periodo di crisi strutturale dell'agricoltura, un livello di remunerazione del latte significativamente maggiore rispetto alla media Lombarda ed italiana, consentendo il mantenimento dell'attività agricola in buona parte del territorio provinciale altrimenti destinato all'abbandono.  

Le necessarie modifiche al disciplinare per la produzione del Bitto sono state approvate nel 2006 dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. Con tale approvazione è stata accordata la protezione nazionale transitoria che, di fatto, lo ha reso applicabile in attesa dell'avvallo definitivo giunto lo scorso 25 novembre con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea (Regolamento CE n.1138/2009). Va precisato che ogni modifica di disciplinare è stata attentamente e scrupolosamente esaminata, sia in sede nazionale che europea, allo scopo di evitare lo stravolgimento dei metodi produttivi. Tali varianti, certificate quindi da enti gerarchicamente superiori al Consorzio, non snaturano, ne penalizzano in alcun modo la qualità e le caratteristiche organolettiche di quello che da tutti è universalmente riconosciuto come il formaggio principe delle nostre vallate. Anzi, gli consentono di avere un futuro, rendendolo compatibile alle normative vigenti e a quella che è l'attuale realtà agricola.    


L'ampliamento della zona di produzione, infatti, corrisponde a meno dell'1% di quella attuale. In sostanza, è una sorta di riconoscimento per alcuni alpeggi (Varrone, Artino e Lareggio) che da sempre sono stati caricati dagli allevatori delle Valli del Bitto. Come se non bastasse, i valori altimetrici e di esposizione degli alpeggi aggiunti sono i medesimi delle aree già incluse nella zona di produzione; pertanto la

vegetazione pascoliva tende ad essere assolutamente simile a quella delle aree originarie.  

 

L'utilizzo di fermenti lattici autoctoni (selezionati a partire da latte e cagliata della zona di produzione) è da considerarsi  un valore aggiunto per il prodotto finale. Tale

tecnica, consente infatti di migliorare il processo di caseificazione, ridurre l'incidenza di difetti, assicurare la salubrità del prodotto e, allo stesso tempo, garantirne il mantenimento delle caratteristiche tipiche del Bitto che sono espressione del suo legame con il territorio. L'impiego dei fermenti, assicura quindi corrette condizioni di acidificazione e spurgo della cagliata, consentendo lo sviluppo equilibrato delle diverse specie microbiche naturalmente presenti nel latte. Tale processo, risultato  di anni di studi e sperimentazioni in collaborazione con centri di ricerca e università italiane, ha lo scopo di mantenere una specificità dei sapori di cui è particolarmente ricco il Bitto.     


La tanto contestata integrazione alimentare, altro non è che la possibilità di potere somministrare alle bovine al pascolo un quantitativo massimo di 3 kg di sostanza secca al giorno. Tale integrazione, si è resa necessaria viste le mutate condizioni ambientali e le caratteristiche genetiche del bestiame monticato. Il solo pascolo, infatti, non sempre è sufficiente a assicurare il corretto benessere degli animali. Proprio per non intaccare minimamente le caratteristiche del prodotto finale, sono ammessi solo determinati alimenti, rigorosamente non  OGM. Anche questa modifica è giunta dopo anni di sperimentazione condotti in collaborazione con la fondazione Fojanini; collaborazione volta a definire la quantità di integrazione alimentare necessaria per la salute del bestiame, senza alterare il gusto del formaggio. Ripetute prove con gruppi di assaggiatori professionali, hanno dimostrato che il sapore tipico del Bitto non viene alterato con questa pratica zootecnica.    


Il Consorzio si è da sempre dimostrato disponibile a una valorizzazione degli alpeggi "storici" posti nella Valle del Bitto di Gerola e Albaredo, ma questa differenziazione territoriale deve essere promossa con strumenti e iniziative comuni fra i produttori e coerenti con le normative vigenti in sede europea. Il patrimonio storico e umano dei produttori delle Valli del Bitto è un valore per tutta la comunità agricola valtellinese; tale specificità non può restare confinata a beneficio di pochi, ma seguendo un principio di sussidiarietà, deve essere condivisa con tutto il sistema agricolo provinciale che garantisce, anche ai produttori delle Valli del Bitto, opportunità di reddito per 365 giorni all'anno.


Tenuto conto che il nuovo disciplinare mantiene la differenziazione in sede di marchiatura del Bitto prodotto senza l'utilizzo dei fermenti autoctoni e senza l'integrazione alimentare, si auspica che i produttori dell'Associazione Valli del Bitto

aderiscano al sistema di controlli della DOP, in modo di poter usufruire della denominazione Bitto, senza incorrere in sanzioni da parte degli enti verificatori. 


Maurizio Torri    

(Ufficio Stampa)  

   




7 commenti

7. CHIAREZZA?

Aggiunto il 04.12.2009

L'ampliamento della zona di produzione oggi è del1%, se si considera tutti gli alpeggi della provincia, ma è stato giuso estenderlo a tutta la provincia? L'aggiunta dei fermenti sarebbe un valore aggiunto? I fermenti vengono usati per evitare alcuni problemi (formaggio che gonfia) dovuti quasi sempre all'alimentazione degli animali e all'incapacità dei casari, che una volta sapevano variare le temperature di caseificazione in base alle condizioni climatiche e dell'erba che le mucche trovavano. Il risultato è quello di rendere omgenea la produzione. Sul fatto che "l'integrazione alimentare" non cambi il gusto del formaggio ho i miei dubbi, si è sempre detto che il sapore e le caratteristiche del ''bitto'' sono dovuto alle erbe pascolate, vuol dire che questo mangime, perchè alla fine di questo si tratta, è completamente insapore. Forse l'integrazione alimentare non varia il sapore del ''bitto'' proprio perchè vengono utilizzati i fermenti.

6. Parere personalissimo

Aggiunto il 04.12.2009 da GG

Grazie al commento 3, infatti quello che intendevo sottolineare e' la funzione di gestione e tenuta del territorio che ha la montificazione, cosi' come i contributi per gli sfalci in quota. In generale trovo che gli investimenti debbano essere rivolti verso chi gestisce e "tiene" gli alpeggi riducendo in parte i costi. Riguardo ai cattivi ed ai buoni non mi sembra cosi' netta la distinzione, trovo che chi sceglie di allevare sceglie una professione dura e difficile, non e' un lavoro, ma una "mission", perche' se non ce l'hai nel sangue non ce l'hai...e a queste persone va il mio massimo rispetto, ma il problema che secondo me e' da superare e' quello di sedersi ad un tavolo e tornare sulla doppia marcatura, non mi pare giusto che il formaggio prodotto nella valli del Bitto debba subire le modifiche produttive omologate dell'Europa e che alla fine la "democrazia" generata dal numero di allevatori valtellinese riduca gli alpeggiatori delle valli originarie ad essere in minoranza, secondo il mio parere dovevano aver dall'inizio un diritto di veto o un peso maggiore nel consorzio. Poi vedo comunque da entrambe le parti una strumentalizzazione fine al proprio tornaconto, ma questo e' frutto della politica, non delle fatiche degli allevatori.

5. I bravi e i cattivi

Aggiunto il 03.12.2009

Ci sono due tipi di persone. le prime sono le persone in carne e ossa che con pazienza, professionalità e passione lavorano e sudano giornalmente per la propria azienda e il territorio e cercano di progredire facendosi aiutare dalle moderne tecnologie e garantiscono il cibo a milioni di persone, anche ai professori e ai fotografi che non si degnano di scrivere una sola riga su di loro o di fare una fotografia che li ritragga al lavoro. Pertanto hanno la corrente elettrica nelle stalle, usano la mungitrice, hanno il trattore, si lavano spesso e vanno anche in alpeggio in condizioni non sempre agevoli, ma sono quelli che fanno vivere le nostre montagne e mantengono il nostro territorio. Questi agricoltori rappresentano il male perchè sono succubi della industrializzazione e chissà cosa combinano ancora nelle loro stalle, quindi meritano l'inferno. Il secondo tipo sono quelli che non si lavano mai, hanno la barba lunga, puzzano, vivono allo stato brado e nei calecc, dove, quando cagliano il latte tolgono il paglericccio perchè non ci sta la caldera, e viceversa, non hanno l'acquedotto, ecc ecc. Questii rappresentano il bene e andranno in paradiso. Sono la gioia del Michele Corti, del GPiero Mazzoni che li fotografa, e di tanti altri che non si sono mai sporcati le mani per l'agricoltura e mai hanno portato il gerlo. Però stampano libri e mostre a fotocopia ecc. ecc.  Finalmente in questi giorni le cose si stanno chiarendo e tra il Consorzio e quelli di Albaredo un pò di verità l'hanno detta e sta uscendo...era ora!

4. Allevatore

Aggiunto il 03.12.2009

In risposta al questito numero 1 Ad inizio 900 i tuoi nonni mangiavano pà poss, polenta e poco più. Oggi tu pranzi con primo, secondo e forse anche dolce. Vdi, le esigenze sono cambiate e nche il bestiame mangia e produce di più. Perché, semplicemente perché se le mucche facessero 10l di latte al giorno, difficilmente riuscirei a fare questo lavoro senza vivere di stenti e caccigione. Vuoi che porto ancora le mucche in alpeggio perché altrimenti i nostri monti diventano una giungla... bene allora permettimi di andarci senza che le mie mucche abbino degli stress così notevoli dal farmi desistere Saluti

3. Niente di misterioso

Aggiunto il 03.12.2009

La risposta alla domanda del 1 commento penso siaabbastanza facile (come mai negli alpeggi e maggenghi si riusciva a sfamare più vacche?) 1) Il territorio dei maggenghi che venivano sfalciati era maggiore(ora si taglia solo quello più comodo e aessibile) 2)il pascolo degli alpeggi era più ampio(il bosco ha colonizzato parecchi pascoli) 3)Le vacche di un tempo erano molto più leggere(da 3,00 a 5,00quintali ora vanno da 5,00 a 8,00ql) e oltre a mangiare meno si riusciva a portarle a pascolare su dossi che impossibili ora per vacche così pesanti. cordialmente .........w.

2. Molto Bene

Aggiunto il 03.12.2009

Bravo Consorzio era ora, un pò di chiarezza ci voleva.

1. Una domanda credo lecita...

Aggiunto il 03.12.2009 da GG

Come mai ad inizio '900 pascoli e maggenghi riuscivano a sfamare un numero di bestiame superiore in rapporto di 1 a 3 ? Misteri delle Valli...


 

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