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Pubblicato il 17.10.2007
 
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Sondrio-Pitz Bernina, no-stop quasi senza ritorno

Impresa dedicata all'alpino malenco, classe 1916, Natale Umberto Bergomi. Di Angelo Granati.

Angelo e Giampietro alla partenza da Piazza Garibaldi a Sondrio.
L' idea era partire da Piazza Garibaldi, al centro di Sondrio, da quota 307 m., ed, a piedi, arrivare in vetta al Bernina a quota  4.049 m. e  poi scendere, tornando di nuovo a Piazza Garibaldi. Il tutto in giornata e senza fermarsi . Un'idea in verità un po' balzana, coltivata da me come sogno nel cassetto per anni e mai realizzata, talvolta per mancanza di allenamento adeguato, ma spesso anche solo per la difficoltà di trovare soci disponibili ad accompagnarmi nel tragitto più problematico, quello dal Rifugio Marinelli al Pitz Bernina e ritorno. Un tragitto che alcuni anni fa , quando si percorreva un altro itinerario di salita conosciuto come "le roccette", era relativamente facile ed abbordabile.

Dopo la Marinelli sul ghiacciaio di Fellaria, verso le roccette della Marco e Rosa.
Ora, dopo il crollo della parete sottostante la Marco e Rosa ed il cambio di itinerario più vicino al canalone di neve e ghiaccio che guida al Rifugio, risulta più impegnativo, sia nella salita di avvicinamento che rimane su un costone ghiacciato più ripido, sia per le nuove roccette che. pur ottimamente attrezzate, sono più aeree ed esposte delle vecchie e sono più spesso oggetto d'improvvise e pericolose scariche di sassi. Quest'anno, più forte era in me il desiderio di salire anche per l'intenzione di ricordare, ad un mese dalla scomparsa, l'amato suocero Bergomi Natale Umberto, uno stoico alpino di stampo malenco, un reduce della Campagna d'Albania, che avrebbe, lui sì, ammirato spontaneamente quest'impresa. A luglio ottenevo dall'amico Umberto Folatti, nipote del celebre e storico custode della Marco e Rosa, Cesare Folatti (quello del noto Canalone Folatti che si inerpica maestoso, ma impervio e periglioso tra la Cresta Guzza e il Pitz Argent),  la disponibilità ad accompagnarmi.

Salita sul ghiacciaio di Fellaria in assenza di visibilità.
Lasciavo fissare a lui il giorno per l'impresa . Decideva, in virtù di altri suoi impegni, per venerdì 17 agosto. Mi organizzai per essere al Rifugio Marinelli, dove Umberto avrebbe pernottato e mi avrebbe atteso, alle 5 del mattino di sabato 18. Partii da Sondrio, dalla centrale piazza Garibaldi, alle 20,30 arrivando, naturalmente a piedi, dalla mia abitazione di via Valeriana, accompagnato da mia moglie Norma. In piazza c'era Giampietro Bracchi a salutarmi ed a incitarmi. Il bravo Giampietro mi avrebbe poi pazientemente aspettato all'altezza di Torre Santa Maria. Salutai Norma e Giampietro e sotto i loro sguardi più perplessi che ansiosi, mi incamminai ardimentoso per la mia gloriosa impresa. Passai il ponte sul Gombaro e salii a Mossini, poi imboccai la strada di Arquino e poi le rampe per il Valdone.

La difficile salita delle roccette ghiacciate ed insidiose che portano alla Marco e Rosa.
Da lì presi, improvvidamente, il sentiero Rusca . Arrivato all'altezza della centralina sul Mallero che scimmiotta malamente un tempio di Giove, trovai una rete che ostruiva il passaggio ed al buio, pur con l'ausilio del potente frontalino a 3 led, non riuscii a capire se vi era un passaggio che mi riportasse sulla provinciale. Non vedendolo, per non perdere troppo tempo, tornai velocemente e rabbiosamente sui miei passi., Riguadagnai il Valdone e mi avviai sulla più trafficata ma sicura strada asfaltata in direzione di Torre Santa Maria. Mentre percorrevo la strada si fermò anche una macchina e due signori, molto gentili e premurosi, mi offrirono un passaggio pensando che fossi rimasto vittima di un guasto alla vettura. Spiegai loro che stavo volontariamente effettuando il tragitto a piedi da Sondrio.

il benvenuto del -Bianco- alla Marco e Rosa a quota 3.600 m.
Mi guardarono con evidente comprensione, come se non avessi tutte le rotelle a posto e mi salutarono, ripartendo. In corrispondenza della contrada di Scilironi mi affiancò la vettura del bravo Giampietro che mi gratificò con parole di incoraggiamento e di augurio per la lunga avventura.

Seguii la strada fino a Lanzada, dove arrivai verso la mezzanotte, incontrando pochissime macchine. A Lanzada recuperai piccozza, ramponi, casco ed imbragatura e continuai verso Tornadri. Salii poi verso Franscia e poi, via La Foppa, sino all'Alpe Musella. Da Musella mi inerpicai verso il Rifugio Carate, dove arrivai pochi minuti dopo le 4. Verso le 5 del mattino, come programmato,  ero in Marinelli.

Attrezzaggio sicurezze sulla via del Bernina.
Entrai trafelato nel caldo ed invitante Rifugio dove trovai ad aspettarmi Umberto che mi accolse insieme al Custode Enrico Gianatti. C'era con loro anche il giovane e bravo Giacomo Cirolo che ci avrebbe accompagnato sino in cima al Bernina. Enrico ed Umberto mi offrirono con grande umanità e gentilezza una calda e ristoratrice colazione a base di tè. Mi guardavano un po' tutti con un misto di ammirazione e riprovazione. Beh, come dargli torto ? Ero arrivato lì in piena notte dopo essere partito a piedi da Sondrio. Come minimo dovevo sembrar loro un originale che era in procinto di compiere un'impresa strana ed un po' folle.

Di lì a poco partimmo alla volta della Marco e Rosa, con Umberto e Giacomo e di buon passo guadagnammo il Passo Marinelli, avventurandoci sul magro ghiacciaio di Fellaria. Ci attrezzammo con casco, imbragatura, ramponi e piccozza e dopo esserci legati insieme, salimmo verso l'attacco delle roccette. Albeggiava, ma il cielo non prometteva nulla di buono. C'era una spessa ed umida coltre di nebbia che ci avvolgeva. Durante la notte era nevicato ed in quota avremmo certamente trovato neve fresca. Una prospettiva certamente poco invitante. Mi ero però ben documentato e sapevo che la giornata sul Bernina non sarebbe stata malaccio, ma la realtà sembrava dare torto alle previsioni che avevo accuratamente selezionato sul canale svizzero.

Un primo sprazzo di luce illumina la salita in vetta.
Procedevamo veloci, ma mal condizionati dal tempo e in noi albergava l'ansia per le condizioni che avremmo trovato in quota. Umberto sembrava il più preoccupato ed anche forse il meno convinto a salire in vetta. Da parte mia ero arrivato con determinazione sino lì ed ero fortemente intenzionato a proseguire per portare a termine il mio usato progetto. Le roccette ci si presentarono subito con un'insidiosissimo velo di ghiaccio che rendeva difficoltosa e pericolosa l'arrampicata. Grazie alle assicurazioni che la ferrata ci consentiva di effettuare e al perfetto tracciato attrezzato realizzato dalle guide, non trovammo, però, grandi difficoltà a procedere su un tracciato che, per la pendenza, è però, oggettivamente, molto tecnico.

La cima svizzera del Bernina vista dall'antecima italiana.
Dovevamo solo procedere evitando il più possibile di appoggiare gli scarponi sulla roccia che era decisamente scivolosa ed inaffidabile ed assicurarci con grande attenzione, affidandoci ai gradoni in acciaio. Pochi minuti dopo le 8 eravamo al Rifugio Marco e Rosa, dove il "Bianco", al secolo Giancarlo Lenatti, ci accoglieva con ospitalità pari a quella dell'Enrico della Marinelli. E poi dicono dei rifugisti ! In verità sono dei  grandi personaggi. Montanari solidi ed affidabili, sui quali si può sempre contare. Sanno esserti vicini nei momenti di difficoltà e si fanno sempre in quattro per aiutarti. Anche solo per darti una dritta, un consiglio, un conforto che, a quelle quote ed in certe condizioni atmosferiche, sono preziosi come oro.

In cima al Bernina. Da sinistra Angelo Daniele Giacomo Umberto.
Quando dalla valle  penso a loro, lassù, nutro nei confronti degli stessi un misto di ammirazione, di riconoscenza ed anche un senso di sicurezza nel sapere che là c'è qualcuno su cui, nei momenti più difficili, possiamo contare.

Con il "Bianco" c'era Daniele Lenatti  che, cugino del Giacomo, decise di  salire con noi in vetta al Bernina. Il tempo era sempre sul cupo e nel salire  non si vedeva che a pochi passi. Personalmente ero sempre determinatissimo a procedere e fortunatamente Daniele e Giacomo erano altrettanto entusiasti e motivati. Salimmo quindi di buon passo verso la vetta. C'era neve fresca e ci attardammo coscienziosamente in alcuni delicati passaggi per predisporre soste e per attrezzare opportune sicurezze.

Panorama dalla vetta del Bernina.
Daniele e Giacomo, sotto la vigile ed esperta supervisione di Umberto, si rivelarono preziosissimi in queste attività. Sopra i 3.800 metri di quota, il cielo si aprì improvvisamente e sbucammo come funghi dalle nuvole. Un'esperienza bellissima che è ancora viva in me e che, in quel frangente, mi gratificava per l'insistenza e la determinazione quasi mulesche con le quali avevo insistito per procedere verso la cima del Bernina. Le numerose foto che ho scattato in quest'occasione raccontano solo in parte degli scorci di paesaggio che abbiamo potuto ammirare e che in quel frangente hanno certamente gratificato i nostri cuori.

Sullo sfondo il Pitz Argent sbuca dalle nuvole.
Dopo aver indugiato a lungo sulla cima, gustando il meraviglioso panorama che si apriva sotto di noi, a malincuore, ci avviammo sulla strada del ritorno. Forte era in me, mentre scendevamo verso la Marco e Rosa, la consapevolezza che avevamo superato lo scoglio più impegnativo della mia impresa. Per me la strada era ora solo in discesa. Erano ormai le 11. In un'oretta potevamo essere alla Marco e Rosa ed alle 15 alla Marinelli. Da lì in sei-sette ore potevo arrivare a Sondrio ed essere di ritorno a casa per le 21 o per le 22.  Nonostante le mie 56 primavere la resistenza alla fatica in montagna non mi fa difetto e grande era ora in me la consapevolezza che ormai avrei raggiunto il mio agognato obiettivo. Mi sbagliavo alla grande ! Non avevo fatto i conti con l'imprevisto che in montagna, ahimè, è sempre in agguato. Nella discesa, appena sopra la Marco e Rosa, sul ripido ed insidioso declivio che conduce alla stessa,  il compagno a cui ero legato,  pur ramponato, scivolava su un sasso insidiosamente ricoperto da un sottile e fragile velo di ghiaccio, ed io, incredibilmente distratto, lo seguivo senza opporre la minima resistenza e senza cercare un possibile ancoraggio con la piccozza.

L'aereo e panoramico passaggio sull'antecima italiana del Bernina.
Un lungo rovinoso rotolio che ci trascinava 300 metri più in basso dove fortunatamente la pendenza, meno marcata, rallentava la nostra caduta. Il rifugio Marco e Rosa era fortunatamente lì a due passi. Umberto riportava, nella rovinosa discesa, la frattura di un gomito ed il suo casco, per effetto dei colpi ricevuti, si spaccava letteralmente in due. Io riportavo scortecciature sanguinolente su varie parti del corpo, in particolare sulle gambe, sulle spalle, sul dorso e sulla faccia, ma visto il volo ed il periglioso rotolio, me la cavavo, miracolosamente protetto da qualcuno di molto potente, senza nulla di rotto. Giacomo e Daniele accorrevano prontamente e validamente in nostro soccorso e anche grazie all'aiuto di alcuni svizzeri, che stavano scendendo con noi dalla vetta dopo essere saliti dalla Biancograd sul versante nord del Bernina, si mettevano subito in contatto con il soccorso svizzero. Un elicottero, prontamente accorso, planava dopo pochi minuti davanti alla Marco e Rosa. Ci  imbarcarono e ci trasportarono con grande tempestività  all'Ospedale di Samaden. Umberto veniva prontamente curato e validamente operato al gomito infortunato. Io, dopo una TAC precauzionale, venivo dimesso. Quel pomeriggio, mentre tornavo a Sondrio, premurosamente accompagnato in macchina dalla mia dolce metà, stanco, confuso, frustrato e saccagnato, mi pareva di ricordare nel dormiveglia, che quel mattino, sul Pitz Bernina, mentre guardavo rapito il panorama intorno, avevo immaginato di sentire le parole pronunciate dagli alpini qualche giorno prima al cimitero della val di Scerscen, in occasione del 90° anniversario della sciagura dell'aprile 1917. Avevo sentito, dentro di me, da quelle stesse voci, l'appello anche a mio suocero: "Alpino Bergomi Natale Umberto". Mi ero guardato intorno confuso ed avevo automaticamente risposto: "PRESENTE!" . Umbertino Bergomi era certamente lì in cima al Bernina accanto a noi, orgoglioso e sorridente, anche lui davanti a quel meraviglioso panorama. Nella discesa verso la Marco e Rosa, poi, si era fatalmente distratto e mi aveva inizialmente, brevemente, abbandonato, ma questa è un'altra storia.    





  2 commenti    
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Forza Angelo
Aggiunto il 17.10.2007 da Eli
Un saluto dal lontano Vancouver

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una grande impresa
Aggiunto il 17.10.2007 da gaetano
faccio i complimenti ad angelo, che non conosco di persona, per la grande prova sportiva.
dal suo racconto e dalle belle foto si capisce molto bene tutta la difficoltà dell'iniziativa.

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