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Pubblicato il 24.05.2007
 
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Tirano 31 maggio Festteatro: 'Un amore di zitella'

Dal romanzo di Andrea Vitali, lo spettacolo di Laura Negretti a Tirano

Durata dell'evento: il 24/05/2007

Mancano solo il Breva e il Tivan, i due venti che increspano il lago di Como, e il ritratto della realtà lariana può dirsi completo. E' quest'ultima, infatti, la vera protagonista di Un amore di zitella, messa in scena del romanzo campione d'incassi di Andrea Vitali, abile narratore del "piccolo mondo lariano". Lo spettacolo è a cura di Laura Negretti che, insieme alla Compagnia Teatro in Mostra di Como, non ha saputo resistere alla tentazione di  " raccontare le luci e le ombre di un piccolo mondo, forse ormai antico ma ancora straordinariamente vivace; dovevamo trasportare sulle assi del palcoscenico l'eccezionale abilità di Vitali nel narrare la profondità della superficie. La stessa misteriosa profondità nascosta negli insondabili abissi di un lago dalla superficie apparentemente calma". La sceneggiatura , a cura di Marco Filatori, riesce a conservare e a raccontare un'atmosfera intima in cui i piccoli personaggi di un "romanzo piccolo" riescono a rivelare "le energie profonde che agitano i minuscoli mondi dei paesi del lago di Como".

Non potevano essere che i SemiSuite (ex SULUTUMANa), band nata e cresciuta proprio sulle rive del lago, accompagnamento musicale ideale, con Andrea Aloisi al violino, Francesco Andreotti al pianoforte e tastiere, Marco Castiglioni alla batteria, Samuel Cereghini (batteria, percussioni) Raffaele Cogliati (chitarre) Angelo Galli (flauto, aggeggi, voce) Gian Battista Galli (voce, fisarmonica) e Nadir Giori (contrabbasso, basso).

Un grande artista (T.Gautier) aveva scritto: "Se vuoi essere universale, parlami del tuo paese", così ha fatto Vitali, perché, nei suoi romanzi, "esiste un mondo dove l'infinitamente piccolo cela l'infinitamente grande, dove la quotidianità e la vita di tutti i giorni sono magnifici paradigmi di verità più profonde e universali." (L. Negretti)


Lo spettacolo si terrà giovedì 31 maggio presso il Teatro Mignon di Tirano, alle ore 21.

Ingresso                    15 euro

Ridotto under 21       7,50 euro


Seguono una breve biografia artistica di Laura Negretti, un' autobiografia di Andrea Vitali e un' "autopresentazione" dei Semisuite.


LAURA NEGRETTI

Laura Negretti dal 1990 al 1992 svolge il corso di recitazione triennale presso la Compagnia Teatrale Città di Como.
Dal 1991 collabora con diverse compagnie teatrali (Teatro arte Orizzonti inclinati, La Crisalide, Teatro Animazione, Teatro del Battito, Quinte di Carta) portando in scena testi classici, recital di poesie e spettacoli didattici per le scuole.
Attrice in cortometraggi elungometraggi, partecipa inoltre ad alcune produzioni per la Televisione Svizzera Italiana (RSI).
Dal 1998 collabora con le reti Mediaset, partecipando a varie trasmissioni televisive.


ANDREA VITALI

Confesso che sin da giovane ho avvertito la necessità di scrivere, di usare la scrittura come mezzo di comunicazione con gli altri.
Come confessione, me ne rendo conto, non è gran che, ma non riesco a partire da altro punto per tentare di spiegare come sono arrivato a raccontare un certo tipo di storie.
All'inizio quindi era la scrittura, non concepita come esercizio solitario - nessun diario nella mia infanzia e nemmeno nella gioventù- ma come esperienza da condividere. Insomma, ci voleva qualcuno che leggesse quel che scrivevo.
La prima occasione che mi si presentò fu, attorno ai quindici anni, una morosetta cui, più che parlare, stante l'innata timidezza, iniziai a scrivere appassionate lettere di cui spero non esista più traccia. La morosetta a un certo punto se ne trovò un altro, un tipo pratico che non aveva molta dimestichezza con le lettere: possedeva però un motorino e tanto bastò per chiudere la storia. Patii il giusto, riversando la mia sofferenza in poesie strazianti: del loro destino non so più niente, anche se spero abbiano fatto la stessa fine delle lettere di cui sopra. La sofferenza, si sa, fortifica e le pene d'amore a quell'età sono sofferenze allo stato puro.
Una volta rasserenato credetti di riuscire a vedere chiaro nella mia vita e nel mio futuro. Nel frattempo era passato qualche anno. Avevo trovato un'altra morosa, frequentavo il liceo classico e continuavo a domandarmi cosa fare di questa necessità di scrivere, in quale direzione rivolgerla. Finalmente capii: dovevo fare il giornalista. Facile dirlo. Non così facile andarlo a dire a mio padre che su di me, primogenito, aveva puntato più di una carta, altrimenti non mi avrebbe iscritto al liceo.
Tentai, comunque. Forte delle mie letture dei classici, organizzai un bel discorso, un ragionamento tanto logico che avrebbe portato l'amato e temuto genitore alla mia stessa conclusione: quello del giornalista era il mio mestiere. Mio padre lasciò fare. Cioè, mi lasciò dire. Parlai per il quarto d'ora che durò il mio discorso senza essere interrotto. Alla fine, lasciato correre un mezzo minuto di silenzio, mi rispose: "No".
La mia carriera di giornalista finì lì. Proseguii gli studi, feci l'università, anche se in mezzo a tutti gli impegni quella necessità sotterranea, quotidiana, vivace, di usare la scrittura per farne qualcosa, non mi abbandonò mai.
E fu proprio grazie a mio padre che, alla fine, compresi come potevo indirizzarla.
Mio padre, va detto, era un uomo di poche parole: casa, lavoro, telegiornale e poi a letto, dove spesso tirava tardi leggendo. Era la sua regola e, con il passare del tempo, è divenuta anche la mia. Alla quale, ogni tanto, lui si concedeva un'eccezione. In quel caso chiacchierava un po' di più raccontava storie, avventure che gli erano capitate quand'era giovane o che aveva sentito raccontare da altri. Accadeva di rado, occhio e croce a ogni cambio di stagione. Fu proprio durante un passaggio di stagione, dalla primavera all'estate, che ascoltandolo ebbi l'idea di scrivere un romanzo, il primo, Il procuratore.
Era il 1988, il mese di maggio. Avevamo appena finito di cenare in cucina, ma la porta, che dava sul terrazzo a lago, era rimasta aperta, in modo che, come una spezia, il denso odore dell'acqua immobile e scura aveva invaso il locale. E' un profumo che droga, quello del lago d'estate. Ricco, a volte pesante. Bisogna saperlo portare e, anche, sopportare. Lo sperimento di continuo, anche adesso, a distanza di tanti anni.
Droga, perché amplifica le sensazioni, le attese, oppure i ricordi. Se sei giovane, insomma- e io nel 1988 lo ero- ti infonde fiducia nell'avvenire, invitandoti a guardarlo con coraggio. Se non lo sei più - e mio padre all'epoca aveva 68 anni- ti fa indulgere al ricordo felice, ti illude di ritrovare il passo della gioventù, la canzone che avevi tanto amato, il profilo di una vecchia morosa e via di questo passo.
Fu così che il mio genitore si lasciò andare sull'onda dei ricordi e poiché la sua generazione ebbe la vita tristemente offesa dalla guerra, raccontò aneddoti guerreschi. Ricordo l'avventura di un salame, partito insieme con lui da Bellano per raggiungere l'isola di Rodi e finito poi, misteriosamente, nella pancia di un gatto; e quella di un lungo pomeriggio trascorso seduto sull'ala di un aereo da ricognizione planato, per avaria, in mare aperto. Non ci sono, come si vede, morti o feriti: non credo che mio padre abbia mai tirato un colpo d'arma da fuoco contro qualcuno, fece la guerra perché vi fu obbligato, come tanti altri, e come tanti altri ritornò con un carico di racconti che ogni tanto serviva ai figli.
E' capitato così anche con l'episodio che ha originato Il procuratore, anche se in questo romanzo della guerra non si trova traccia: infatti, se è vero che capitò durante il secondo conflitto mondiale, è altrettanto vero che si colloca in una sorta di parentesi, cioè durante una licenza che mio padre trascorse parzialmente a Milano. Non si trova nemmeno il fatto in sé, per essere sinceri: la sua dinamica piuttosto, l'idea di una fuga lungo un tracciato circolare, dove alla fine ti ritroverai al punto da cui sei partito.
Ecco Il procuratore è stato il mio punto di partenza; il 1988 l'anno in cui ho cominciato a rubare storie per restituirle scritte su carta. Ma anche l'anno in cui ho cominciato a ripensare all'infinità di storie che avevo già sentito e che aspettavano solo di essere raccontate.
Aneddoti, pettegolezzi, vere e propie avventure che avevo udite, spesso durante le oceaniche riunioni natalizie, per bocca della zia Rosina, della zia Eufrasia, della zia Mirandola, delle zie Colomba, Cristina, Paolina, dello zio Esilio e di tanti altri, personaggi veri o verosimili della mia vita. E se tante ne avevo già sentite chissà quante ancora aspettavano di essere scoperte.
Da allora non ho più smesso di ripensare a quelle che già so né di andare alla ricerca di quelle che ancora non conosco. E, a dire la verità, non ho proprio nessuna intenzione di farlo.


SEMISUITE

I nomi cambiano, il talento resta. Signore e signori, ecco a voi i Semisuite. Che poi sono i SULUTUMANa senza Michele Bosisio, che ha interrotto il suo viaggio dopo quasi vent'anni (l'incontro fondativo con Giamba è del 1988), scegliendo il silenzio.

Asso (CO), estate millenovecentoottantotto, piazzetta del comune, dieci di sera, c'è una chitarra sul tetto di una centoventisei bianca. "Chi suona la chitarra?" "Giamba ti presento Michele, è lui che suona la chitarra" "Piacere..." "Ciao, piacere".La chitarra, la centoventisei, il comunismo, il consumismo, la lotta, la rivoluzione, la rabbia, l'illusione, le certezze in una canzone, l'amicizia, la condivisione, il vino manco a dirlo, il vomito, il ridere da star male, le notti intere trascorse a parlare...Quei due si erano innamorati e decisero in poco tempo di mettere su "cantina".Era stato Enzo a presentarli, lui e Michele sono amici d'infanzia, da quella sera stavano quasi sempre insieme, loro tre. Enzo era la presenza silenziosa, ascoltava ed osservava senza mai annoiarsi. "Si fa sul serio allora, io suono e tu canti e si va nei locali a fare delle serate, compriamo un impiantino e lo paghiamo a rate." Michele ha sempre fatto maledettamente sul serio. Giamba sentiva un misto di felicità e terrore. "Dobbiamo trovarci un nome." "Già, bisognerà cominciare a pensarci."
Questa, in sintesi, è la preistoria dei SULUTUMANa, roba di un millennio fa, quando, dopo averci pensato "su" una sera intera, Giamba e Michele decisero che il nome sarebbe stato ispirato dall'ottomana sopra la quale se ne stavano comodamente seduti. Il nome tradotto dal dialetto vallassinese significa appunto "sull'ottomana" e per ottomana si intendeva anche il normale divano. Frase tipica del nonno o del papà quando erano stanchi e noi si era bambini: "Vo a fa un sugnèt su l'utumana." Questo nome, scritto tutto attaccato, ci è sembrato subito musicale e, perchè no, universale. Il perchè della "a" minuscola finale è da attribuirsi al fatto che la prima locandina ufficiale del gruppo, risalente al millenovecentonovantuno, riportava il nome scritto in quel modo e a noi è sembrato divertente che il mantenesse la finale minuscola come segno grafico distintivo. Per anni si suonano le canzoni dei cantautori, si rivisitano i brani della tradizione popolare tramandati da nonni e genitori, canti di festa e canti di protesta. Nel corso del tempo il duo originale si allarga fino a diventare un gruppo vero e proprio con amici e musicisti "vecchi" e "nuovi" a costituire le diverse formazioni fino a quella attuale. Angelo è nel gruppo dal novantatre, Francesco dal novantasette, Antonello e Nadir dal novantotto, Andrea dal duemila.






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